Drew Goddard presenta 7 sconosciuti a El Royale: "Un film di personaggi, sul dualismo, dove nulla è quello che sembra"

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Drew Goddard presenta 7 sconosciuti a El Royale: "Un film di personaggi, sul dualismo, dove nulla è quello che sembra"

7 sconosciuti a El Royale è tutto ambientato in un luogo particolare.
Un hotel isolato e un po’ decadente, in perfetto stile Sixties, l’El Royale appunto, attraversato (e caratterizzato) dalla linea di confine che separa due stati: il Nevada e la California. Per Drew Goddard, che del film è regista e sceneggiatore, e che una delle cose che ama di più del cinema è “la sua capacità di creare mondi, e di condurre lo spettatore in luoghi magici,” quella location non è affatto casuale. “Questo è un film che parla di dualità e del fatto che niente è quello che sembra,” ha dicharato, parlando con un impressionante numero di parole al minuto e col sorriso sempre sulle labbra. “L'hotel lo rispecchia e il dualismo è un elemento essenziale in tutto del film, anche nelle sue scenografie.”

Noto come sceneggiatore e regista di storie complesse e sorprendenti, caratterizzate da ardite architetture narrative, Goddard ha però voluto sottolineare come, per lui, i film partano sempre “dall’amore che ho per i personaggi. Mi piace raccontare personaggi, avere a che fare con tante personalità diverse e qui si parla di sette persone molto diverse le une dalle altre, che in fase di scrittura si alternavano nella mia mente e dettavano ritmi e modi della storia, che emergevano uno dopo l’altro per farsi conoscere e raccontare.”
Sono personaggi, quelli di 7 sconosciuti a El Royale, che “evolvono, magari lentamente, ma senza sosta per tutto il film.” E, dice Goddard, “girare in un luogo unico e cronologicamente ci ha molto aiutato in questo processo.”
A parlare, qui, è stato prima il Goddard sceneggiatore e poi il Goddard regista: un’altra dualità, un’altra distinzione che l’americano ha voluto sottolineare in prima persona: “Quando scrivo e quando dirigo sono due persone differenti. Mi vesto addirittura in modo diverso, e mi comporto diversamente. Quando sono sceneggiatore penso unicamente alla storia e ai personaggi; poi, scritta la parola fine, divento regista e inizio a pensare a tutto il resto, dal casting all’aspetto formale del film. Ma non prima.”

Thriller carico di ambiguità e elementi dark, con anche la presenza di un simil Charles Manson interpretato da Chris Hemsworth (“sapevo che Chris aveva dei lati oscuri che andavano esplorati,” dice il regista), 7 sconosciuti a El Royale si confronta tanto con la fine del Sogno Americano arrivata col passaggio dagli anni Sessanta ai Settanta, quanto con questioni di stretta attualità: “Si parla molto di mascolinità tossica, nel film, ed è per questo c’è un personaggio ispirato a Manson, un uomo che sfruttava, usava e sottometteva,” ha spiegato Goddard. “I mali che racconto, quelli degli anni Sessanta, sono poi ancora vivi tra noi, e li dobbiamo combattere. Ho scritto il film cinque anni fa, non volevo commentare cose come il MeToo, ma anche questi sono problemi con cui ci siamo sempre dovuti confrontare. Ma il film si chiude in un modo che secondo me apre alla speranza, e alla redenzione. Dell’arte e dell’artista che sopravvive nonostante tutto, e supera la notte.”

Nato artisticamente nella grande palestra delle serie tv, assieme a J.J. Abrams, Goddard ricorda con entusiasmo gli anni in cui scriveva serie come Lost o Alias, ma mette sempre il cinema in primissimo piano: “Sono fortunato di aver iniziato a lavorare in tv con persone che avevano un approccio molto cinematografico al lavoro televisivo, che realizzava episodi come fossero piccoli film. È una cosa che su di me ha avuto un grande impatto.”
Così come, spiega, l’opera di autori che hanno segnato la storia del cinema degli ultimi decenni: “Per uno della mia generazione è impossibile non aver subito l’influenza di Tarantino e del suo cinema, e lo stesso vale per i Coen, che secondo sono tra i più grandi autori della storia del cinema. Il loro Barton Fink è stato una grande influenza per questo film, e l’ho mostrato a tutti quelli che hanno lavorato con me prima d’iniziare la produzione.”



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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